Crisi Aziendale: evolversi o morire

Cronaca di una morte annunciata

Il quotidiano locale riporta la notizia di una crisi aziendale: una produzione artigianale di elevata qualità nel settore della pelletteria di lusso. Ci sono alcune decine di posti di lavoro a rischio, mi dispiace, e spero si trovi una soluzione che salvaguardi l’attività e chi ci lavora.

La notizia mi tocca particolarmente perché l’estate scorsa quell’azienda mi aveva contattato e, nella sintetica analisi di inquadramento, avevo evidenziato nero su bianco delle criticità nello storico modello di business che potevano mettere a rischio l’esistenza stessa dell’azienda: e sono le stesse che, leggo, hanno portato oggi al dissesto.

Avevo raccomandato il superamento del modello di business basato sul conto terzi, puntando su designer di nicchia asiatici (forse non tutti sanno che in Asia c’è un fiorire di creatività nel lusso), mettendo loro a disposizione una capacità artigianale di altissimo livello “made in Italy”, e l’idea era stata ritenuta valida e ben accolta da persone operanti nel settore a Shanghai.

La proprietà – purtroppo – non ritenne di dover investire nelle linee di sviluppo commerciale che avevo individuato e non per mancanza di mezzi, ma per paura di intraprendere una strada nuova “non ce la sentiamo, continuiamo come abbiamo sempre fatto” fu la loro risposta.
Sarebbe stata una scelta di successo? Nessuno può saperlo. Sicuramente continuare per la stessa strada non ha aiutato.

Non si tratta di rinnegare il passato; quello che ha dato un buon risultato in una certa condizione può non darne più in una condizione diversa. Una volta poi ci si poteva anche “accontentare” di una posizione acquisita e non voler crescere, i mercati e i margini lo consentivano, oggi si devono raggiungere determinate dimensioni per restare sul mercato perché,

se non cresci, stai arretrando.

Recuperare la spinta delle origini

Non nascondiamoci dietro la carenza di aiuti e contributi dello Stato o del supporto delle banche (se ci sono tanto meglio ma non può diventare la scusa con sé stessi per non fare nulla), l’Italia è diventata la settima potenza mondiale con il coraggio, il sacrificio e le cambiali. 

Fabbrica anni 60

Siamo onesti dunque, non sempre la crisi aziendale è frutto di un destino imprevedibile, della globalizzazione, delle banche o di chi sa chi (tantomeno dell’euro). 

L’imprenditoria italiana deve sapersi rinnovare, deve ritrovare il coraggio di investire per cambiare; i modelli tradizionali (di produzione, di distribuzione, di gestione) vanno in crisi e devono evolvere se vogliono sopravvivere. 
All’imprenditore non è richiesto di sapere far tutto (anzi sarebbe meglio che delegasse di più, evitando di voler gestire ogni piccola sciocchezza).

Ma l’imprenditore deve capire il quadro generale, deve sapere quando è il momento di cambiare, deve avere il coraggio di farlo e deve saper scegliere le persone che gli servono per cambiare. E’ questo il suo lavoro, il suo vero valore aggiunto.
Il mercato del lavoro italiano è oggi quanto mai favorevole alle aziende (1), vi sono molte professionalità disponibili ad un costo ragionevole: muovetevi, puntate sulle persone, scegliete chi vi da fiducia, introducete nuovi punti di vista, esperienze fresche e diverse; fatevi aiutare ad innovare: aprite nuovi mercati esteri, migliorate l’organizzazione interna, digitalizzate l’azienda…

(1) provate a gestire un’impresa oggi negli USA, dove c’è la piena occupazione e letteralmente non ci sono dipendenti disponibili (se hai bisogno di qualcuno devi andare a toglierlo a qualche altra azienda, con costi facilmente immaginabili).

Change

Ufficiale della Guardia di Finanza passato al settore privato come amministratore delegato e dirigente, ora consulente d'azienda. Revisore Legale. Appassionato di informatica legata all'organizzazione aziendale e del mondo asiatico. Nel tempo libero fa qualche puzzle e porta in giro il cane. La cosa più bella che ha fatto nella vita (un po' tardi) sono due bellissimi figli, 50% italiani e 50% polacchi.

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